Varie sum adfectus tuis letteris: valde priore pagina perturbatus, paulum altera recreatus. Ad Curium vero, suavissimum hominem et summae humanitatis, multa scripsi: in his etiam ut, si tibi videretur, te ad se transferret. Tu igitur quid facendum sit iudicabis. Illud, mi Tiro, te rogo, ne sumptui parcas ulla in re quae ad valetudinem opus sit. Innumerabilia tua sunt in me officia domestica, forensia, urbana, provincialia, quibus saepe usus sum in re privata, in publica, in studiis, in litteris nostris. Omnia viceris si, ut spero, te validum videro. Nihili laboro nisi ut salvus sis. Tua et mea maxime interest te valere. Quantam diligentiam in valetudinem tuam contuleris, tanti me fieri a te iudicabo. Vale, mi Tiro, vale, vale et salve.
Sono stato colpito dalla tua epistola in diverso modo: fortemente turbato alla prima pagina, un poco sollevato dalla seconda. Ho scritto veramente molte cose a Curio, uomo piacevolissimo e di grandissima umanità: fra le altre cose anche che ti portasse con sé, se ti facesse piacere. Valuterai tu allora il da farsi. Mio Tirone questo ti chiedo, di non badare a spese in una cosa che è necessaria alla salute. Sono innumerevoli nei miei confronti i tuoi servigi domestici, pubblici, urbani, nel governo della provincia, dei quali spesso mi sono servito nei miei affari privati, pubblici, nelle mie attività e nelle mie lettere. Avrai vinto ogni cosa se, come spero, ti vedrò rimesso. Non mi preoccupo di nulla, se non che tu sia sano. A te e a me interessa soprattutto che tu stia bene. Quanta diligenza impiegherai nella tua guarigione, tanto giudicherò di essere da te stimato. Sii forte, caro Tirone, sii forte e sano.