LA BATTAGLIA DEGLI ZUCCHEPIRATI
VERSIONE DI GRECO di Luciano
TRADUZIONE
Per due giorni avemmo burrasca, il terzo incontrammo i Zucchepirati, uomini feroci, che dalle isole vicine assaltano e svaligiano chi naviga per quei mari. Hanno grandi navigli, che sono zucche lunghe sessanta cubiti. Quando sono secche le vuotano, ne cavano la midolla, e vi navigano armandole con alberi di canna e con vele fatte di foglie di zucche. Ci assaltano adunque con due di quelle loro fuste bene armate, ci combattono, feriscono molti scagliandoci, invece di pietre, grossi semi di zucche. Durava incerta la battaglia, quando verso mezzodì vediamo dietro i Zucchepirati venire a vele gonfie i Nocinauti, loro sfidati nemici, come poi si vide. Come quelli si accorsero d'essere assaliti, lasciarono noi e si rivolsero a combattere coloro; e noi levata la vela fuggimmo, lasciandoli che s'accapigliavano tra loro. Ci parve che il vantaggio l'avessero i Nocinauti, perché avevano cinque navigli bene armati e più forti. I navigIi erano mezzi gusci di noci, vuotati, e ogni mezzo guscio aveva la lunghezza di quindici cubiti. Perduti di vista, ci demmo a curare i feriti; e da allora in poi stemmo sempre su l'armi, aspettandoci qualche altra insidia: e ci giovò. Ché non s'era ancora coricato il sole, e da un'isola deserta ci vengono sopra con gran furia una ventina d'uomini cavalcanti sopra delfini: eran questi anche ladri, e i delfini che li portavano galoppavano e nitrivano come cavalli. Avvicinatisi si sparpagliano chi di qua chi di là, e ci scagliano ossi di seppie, e occhi di granchi; e noi con dardi e saette li respingiamo: sicché avuti parecchi feriti, fuggirono a rimbucarsi nell'isola. Verso la mezzanotte, essendo bonaccia, urtammo senza avvedercene in un grandissimo nido d'alcione, che aveva un sessanta stadii di circuito. Su esso stava l'alcione che covava le uova, e non era minore del suo nido, per modo che quando si levò per poco non fece affondare la nave col vento delle ali. Se ne fuggì mandando un lugubre lamento. Discesi sul fare del giorno, vediamo il nido simile a una grossa zattera fatta di grossi alberi; sopra vi stavano cinquecento uova, ogni uovo più capace d'una botte di Chio; dentro ai quali si vedevano i pulcini che pigolavano. Con la scure aprimmo un uovo, e ne cavammo un pulcino implume, più grosso di dodici avvoltoi. Passati un dugento stadi oltre il nido, ci avvennero grandi e mirabili prodigi: il paperin di prora a un tratto starnazzò l'ali e strillò; il pilota Scintaro, che era calvo, rimbiondì; e la più nuova fu che l'albero della nave germogliò, mise i rami, ed in punta portò frutti, fichi e uve grandi, non ancora mature. A questa vista noi naturalmente sbigottiti pregammo gl'Iddii di allontanar da noi la maluria. Non eravamo andati oltre un cinquanta stadii, e vediamo una selva grandissima e folta di abeti e di cipressi.