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Cerere, la dea delle messi, abitava i campi della Sicilia, e dall'antichità era stata venerata in maniera devota dagli abitanti dell'isola, in difesa della produttività della terra. La dea aveva avuto una figlia onesta e bella: Proserpina. Ma, per via della sua bellezza, la fanciulla venne rapita da Plutone, il dio degli Inferi, e venne portata nel regno delle ombre. Infatti, il re dei morti era desideroso di matrimonio: presto Proserpina venne sposata da Plutone ed ottenne la preziosa corona d'oro degli Inferi. Ormai questo destino era stato accettato con cuore triste da Proserpina. Nel frattempo, la figlia era stata ricercata a lungo e invano dalla madre Cerere, per tutta l'isola e attraverso il mare dalle cui onde vengono lambite le coste della Sicilia. Alla fine Giove, l'altissimo padre degli dei e degli uomini, indicò alla madre sventurata la dimora della figlia, e riconciliò la pace tra Cerere e Plutone: ancora oggi Proserpina, in primavera e in estate, abita con la madre, tra gli esseri umani, nelle regioni della luce, e in autunno e in inverno abita con il marito Plutone, nel regno dei morti, in qualità di regina degli Inferi.
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Quando il sole appare, in campagna i cacciatori percorrono i campi ed esaminano con grande attenzione i cespugli. Le lepri si nascondono tra le biade. All'improvviso i cani abbaiano con grande clamore, svegliano e mettono in fuga le lepri. Allora le lepri dai campi fuggono verso boschi, e ricercano la loro salvezza con la velocità. Ma i cacciatori le vedono, e le uccidono con armi di legno e di ferro. Il triste destino delle lepri non commuove i cacciatori: infatti le lepri rovinano i campi di grano, perché divorano le radici delle biade. Quando gli uomini ritornano al villaggio, le mogli, con la carne delle lepri, preparano cibi deliziosi.
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O mie allieve – dice la maestra – osservate le meraviglie della natura! Dalla Natura è generata una mirabile quantità di animali. Nei boschi, i merli vivono insieme agli usignoli, e le gazze insieme alle civette; tra le erbe fanno i nidi le allodole canterine, e tra le rocce (fanno i nidi) le aquile. Le aquile sono magnifiche, ma sono anche feroci: non divorano soltanto gli uccelli piccoli, ma anche le delicate colombe, le galline e le capre. I merli neri fischiano e i piccoli usignoli cantano soavemente; dalle gazze sono rubate le gemme e le perle; dalle civette sono amate le tenebre. Nei boschi, insieme alle faine, si nascondono e cercano nascondigli anche le lupe, le orse e le daine; nei fossati vivono le rane insieme alle vipere, tra le erbe vivono le locuste, insieme alle cicale e alle piccole formiche.
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Nessun luogo è stato più nocivo e pericoloso di Babilonia per la disciplina militare dell'esercito di Alessandro Magno, non meno forte di tutti gli eserciti dei Persiani. Infatti, niente era tanto corrotto quanto i costumi dei Babilonesi, niente (era) più confacente ai godimenti, della lussuria babilonese. Gli abitanti di Babilonia erano smodatamente dediti al vino e ai divertimenti. L'esercito di Alessandro, vincitore e soggiogatore di numerose popolazioni, si abbandonò ai piaceri e divenne più fiacco dei nemici coi quali doveva scontrarsi da allora in avanti. Per questo motivo, a quel punto, i soldati di Alessandro, dopo vittorie tanto importanti quanto illustri, chiesero il ritorno in patria.
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Narrano che il re Antioco aveva invitato Annibale, che a quel tempo trascorreva la vita in esilio, ad ascoltare il filosofo Formione. Infatti era noto a tutti che da costui era stata accumulata un'enorme competenza riguardo all'arte bellica. All'arrivo di Annibale, Formione parlò per molte ore, sia dei compiti del comandante, sia delle armi particolarmente adatte alla guerra. Il discorso di lui veniva lodato molto da tutti coloro che lo avevano ascoltato, solamente Annibale taceva. Allora Antioco gli chiese un'opinione. Annibale rispose che ormai aveva visto tanti vecchi folli, nessuno però tanto folle quanto Formione. E a ragione disse così! Infatti Annibale, che per così tanti anni aveva combattuto contro i Romani, in battaglie molto numerose e molto dure, non poteva approvare che un uomo Greco qualsiasi, dal quale non eranomai stati visti un accampamento e dei nemici, desse tuttavia indicazioni riguardo all'arte bellica e alla guerra.