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Nobiltà di carattere di Catone Uticense
Autore: Valerio Massimo Superni Gradus
e libro le ragioni del latino
Rivestito della toga pretesta Catone dopo esser andato da Silla a visitarlo e dopo aver visto le teste dei proscritti portate nell'atrio, inorridito da quell'atroce visione domandò al suo precettore Sarpedone perché non si trovava nessuno che uccidesse un tiranno così crudele. Il precettore avendo risposto che agli uomini mancava non la volontà bensì la possibilità poiché Silla era protetto da un forte presidio di soldati, Catone lo supplicò di porgergli una spada, dicendo che l'avrebbe ucciso molto facilmente dal momento che usava sedersi sul suo letto. Il precettore da un lato riconobbe l'animo di Catone e dall'altro inorridì davanti a tale proposito e in seguito lo portò da Silla.
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Romani e Privernati
Valerio Massimo dal libro superni gradus
Presa (la città di) Priverno e uccisi coloro che avevano incitato quella città alla ribellione (= a ribellarsi), il senato, acceso d'ira, discuteva che cosa mai dovesse fare anche degli altri Privernati. Del resto i Privernati, pur comprendendo che l'unica risorsa (= aiuto) consisteva nelle preghiere, non poterono dimenticarsi del loro sangue libero e italico: infatti il loro capo, interrogato in senato (su) quale castigo meritassero, rispose: " (Quello) che meritano (coloro) che si giudicano degni della libertà". Con queste parole aveva infiammato gli animi esasperati dei senatori. Ma il console Plauzio, essendo favorevole alla causa dei Privernati, domandò quale pace i Romani avrebbero potuto fare con loro, se fosse stata donata (loro) l'impunità. Ma egli con volto fierissimo disse: "Se ci darete una (pace) buona, (la farete) per sempre, se cattiva, non (la farete durare) a lungo (lett. : lunga). Con questo discorso fu ottenuto che ai vinti venne concesso non solo il perdono, ma anche il diritto e il beneficio della nostra (= romana) cittadinanza
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Populus Romanus primum sub regibus fuit; deinde propter iniuria Tarquini illatam Lucretiae, expulsis regibus, tutelam sui consulibus, praetoribus, tribunis plebis commisit. Deinde, tribuniciis sedationibus agitatus, abdicatis omnibus magistratibus, decenviros legum ferendarum et rei publicae constituendae causa paravit. Horum quoque dominationem et libidinem detestatus, rursus ad consules reddit, donec, exoetis bellis civilibus inter Caesarem et Pompeium et oppressa per vim libertate, sub unius Caesaris potestatem redacta sunt omnia. Ex eo tempore perpetua Caesarum dictatura dominatur.
Traduzione
Il Popolo Romano dapprima fu governato dai re; poi a causa diell'ingiuria di Tarquinio procurataa a Lucrezia, scacciati i re, affidò il proprio governo ai consoli, ai pretori, ai tribuni della plebe. poi aizzato dalle rivolte dei tribini, ripudiati tutti i magistrati, dispose i decenviri per fare le leggi e per costituire la repubblica. Esecrata anche la sovranità e la brama di questi, ritorna di nuovo ai consoli, fino a che, nate le guerre civili tra Cesare e Pompeo e oppressa la libertà con la violenza, furono tutti riuniti sotto l'egida di un solo Cesare Da quel momento fu dominato per sempre sotto la dittatura dei Cesari.
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Preoccupazioni di Cicerone per Tirone
Autore: Cicerone
versione pag. 168 del libro SuperniGradus
Tullio al suo amico Tirone
Aegypta ad me venit pridie Idus Apriles. Is etsi mihi nuntiavit te plane febri carere et belle habere, tamen quod negavit te potuisse ad me scribere, curam mihi attulit, et eo magis, quod Hermia, quem eodem die venire oportuerat, noll venerat. Incredibili sum sollicitudine de tua valetudine; quasi me liberaris, ego te omni cura liberabo: plura scriberem, si iam putarem libenter te legere posse. Ingenium tuum, quod ego maximi facio, confer ad te mihi tibique conservandum: cura te etiam atque etiam diligenter! Vale. Scripta iam epistola Hermia venit. Accepi tuam epistolarn vacillantibus litterulis; nec mirum, tarn gravi morbo. Ego ad te Aegyptam misi, quod nec inhumanus est et te visus est mihi diligere, ut is tecum esset, et cum eo cocum, quo uterere. Vale.
Egitta giunse da me il giorno prima delle Idi di Aprile. Sebbene egli mi avesse annunziato chiaramente che tu non avevi febbre e stavi bene, tuttavia, perché mi aveva detto che tu non avevi potuto scrivermi, mi arrecò preoccupazione, e a maggior ragione perché Ermia, che aveva bisogno di venire lo stesso giorno, non era ancora arrivato. Sono in grave ambascia per la tua infermità: se tu me ne liberassi, io ti libererò da ogni cura. Scriverei di più, se pensassi già che tu potessi leggere volentieri. Usa la tua intelligenza, che io stimo moltissimo, porta a te a conservarti per me e per te. Abbi cura di te molto diligentemente. Sta bene! Quando ormai avevo scritta la lettera, Ermia è arrivato. Ho ricevuto questa lettera con caratteri tremolanti né è cosa strana in una malattia tanto grave. Io ti ho mandato Egitta, perché non è sgarbato e mi è sembrato che tu lo apprezzassi, affinché stia con te, e con esso un cuoco perché tu possa giovartene. Sta bene!
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Intellegi sic oportet, et hoc et alia iussa ac vetita populorum vim habere ad recte facta vocandi et a peccatis avocandi, quae vis non modo senior est quam aetas populorum et civitatium, sed aequalis illius caelum atque terras tuentis et regentis dei, Neque enim esse mens divina sine ratione potest, nec ratio divina non hanc vim in rectis pravisque sanciendis habere, nec quia nusquam erat scriptum, ut contra omnis hostium copias in ponte unus adsisteret, a tergoque pontem interscindi iuberet, idcirco minus Coclitem illum rem gessisse tantam fortitudinis lege atque imperio putabimus, nec si regnante Tarquinio nulla erat Romae scripta lex de stupris, idcirco non contra illam legem sempiternam Sex. Tarquinius vim Lucretiae Tricipitini filiae attulit. Erat enim ratio, profecta a rerum natura, et ad recte faciendum inpellens et a delicto avocans, quae non tum denique incipit lex esse quom scripta est, sed tum quom orta est. Orta autem est simul cum mente divina.
Versione da Le ragioni del latino
Ma così occorre intendere, cioè che questi ed altri analoghi precetti e divieti dei popoli hanno la forza di invitare alle azioni corrette e di allontanare dalle colpe, forza che non soltanto è più antica dell'età stessa dei popoli e degli Stati, ma è coeva di quel dio che protegge e governa il cielo e le terre. Non può infatti esserci un intelletto divino senza raziocinio, né ragione divina che non abbia il potere di stabilire per legge il giusto e l'ingiusto; e poiché in nessun luogo stava scritto che egli da solo dovesse resistere a tutte le forze dei nemici su di un ponte, e dare ordine che il ponte venisse tagliato alle sue spalle, tanto meno per questo crederemo che quel Coclite abbia compiuto una impresa tanto grande sotto l'imperativo d'una legge; e neppure che, se sotto il regno di L. Tarquinio non vi era in Roma alcuna legge scritta circa la violenza carnale, in contrasto con quella legge etema, Sesto Tarquinio non abbia recato violenza a Lucrezia, figlia di Tricipitino. Vi era infatti una norma, derivata dalla stessa natura, che spinge al ben fare e tiene lontani dal delitto, la quale non incomincia ad essere legge solo nel momento in cui viene scritta, ma fin da quando è nata. E precisamente essa ebbe origine insieme all'intelletto divino
traduzione da superni gradus
Occorre intendere, che questi ed altri analoghi precetti e divieti dei popoli hanno la forza di invitare alle azioni corrette e di allontanare dalle colpe, forza che non soltanto è più antica dell'età stessa dei popoli e degli Stati, ma è coeva di quel dio che protegge e governa il cielo e le terre. Non può infatti esserci un intelletto divino senza raziocinio, né ragione divina che non abbia il potere di stabilire per legge il giusto e l'ingiusto; e poiché in nessun luogo stava scritto che egli da solo dovesse resistere a tutte le forze dei nemici su di un ponte, e dare ordine che il ponte venisse tagliato alle sue spalle, tanto meno per questo crederemo che quel Coclite abbia compiuto una impresa tanto grande sotto l'imperativo d'una legge; e neppure che, se sotto il regno di L. Tarquinio non vi era in Roma alcuna legge scritta circa la violenza carnale, in contrasto con quella legge etema, Sesto Tarquinio non abbia recato violenza a Lucrezia, figlia di Tricipitino. Vi era infatti una norma, derivata dalla stessa natura, che spinge al ben fare e tiene lontani dal delitto, la quale non incomincia ad essere legge solo nel momento in cui viene scritta, ma fin da quando è nata. E precisamente essa ebbe origine insieme all'intelletto divino.