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I GERMANI versione dall'italiano al latino
di Cesare LIBRO latino a colori Testo LATINO
Soltanto il sole, la luna e vulcano furono adorati dagli antichi Germani; gli abitanti del Reno non avevano altri numi né c'erano gli dèi dei Romani. Non l'agricoltura ma la caccia fu coltivata dai Germani: dunque gli uomini vivevano per molti mesi nelle foreste a causa della selvaggina e le donne curavano i figli e i vecchi nei villaggi e aspettavano il formaggio e la carne portati dal marito. In Germania si amò la guerra e spesso si combatté contro i popoli limitrofi, e dopo la vittoria i nemici venivano sempre cacciati dai luoghi vicini. I capi delle regioni e delle città amministrarono la giustizia e stabilirono leggi severe. Per anni i Romani combatterono con i Germani con grande valore, ma non sempre vinsero.

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Nostri casus plus honoris habuerunt quam laboris, neque tantum molestiae quantum gloriae, maioremque laetitiam ex desiderio bonorum percepimus, quam ex laetitia inproborum dolorem. sed si aliter ut dixi accidisset, qui possem queri? cum mihi nihil inproviso nec gravius quam expectavissem pro tantis meis factis evenisset. is enim fueram, cui cum liceret aut maiores ex otio fructus capere quam ceteris propter variam suavitatem studiorum in quibus a pueritia vixeram, aut si quid accideret acerbius universis, non praecipuam sed parem cum ceteris fortunae condicionem subire, non dubitaverim me gravissimis tempestatibus ac paene fulminibus ipsis obvium ferre conservandorum civium causa, meisque propriis periculis parere commune reliquis otium. Neque enim hac nos patria lege genuit aut educavit, ut nulla quasi alimenta exspectaret a nobis, ac tantummodo nostris ipsa commodis serviens tutum perfugium otio nostro suppeditaret et tranquillum ad quietem locum, sed ut plurimas et maximas nostri animi ingenii consilii partis ipsa sibi ad utilitatem suam pigneraretur, tantumque nobis in nostrum privatum usum quantum ipsi superesse posset remitteret.
I casi nostri erano stati ben più onorevoli che penosi e la gloria aveva certo largamente compensato la molestia, e avevamo avuto ben più grande letizia dal rammarico dei buoni che dolore dalla letizia dei malvagi. Ma, come ho detto, anche se così non fosse stato, di che avrei potuto? Niente infatti mi accadeva che non fosse stato preveduto o fosse più grave di quel ch'io mi aspettassi in ricompensa di tante mie fatiche. Io ero infatti un uomo che, mentre avrebbe potuto trarre dal l'ozio più deliziosi piaceri d'ogni altro per la ricca e delicata coltura in cui era vissuto fin da bimbo, o, se qualche malanno comune avesse colpito la città, prenderne soltanto una parte eguale a quella di tutti gli soltanto una parte eguale a quella di tutti gli acerbe lotte e quasi in un rovinoso torrente per salvare la vita dei concittadini e ricostituire la comune quiete a spese del proprio pericolo. La nostra Patria non ci ha generati col patto che noi non pensiamo a sostentarla e, servendo soltanto ai nostri piaceri, essa garantisca si cura protezione al nostro ozio, e tranquillo asilo; ma perché riserbiamo a lei le più alte forze del nostro animo, del nostro ingegno e della nostra esperienza e lasciamo al nostro privato uso sol quanto sopravanza dopo aver a lei provveduto.
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Matrem Phalaridis scribit Ponticus Heraclides, doctus vir, auditor et discipulus Platonis, visam esse videre in somniis simulacra deorum, quae ipsa domi consecravisset; ex iis Mercurium e patera, quam dextera manu teneret saguinem visum esse fundere; qui cum terram attigisset, refervescere videretur sic, ut tota omus sanguine redundaret. Quod matris somnium inmanis filii crudelitas conprobavit. Quid ego, quae magi Cyro illi principi interpretati sint, ex Dinonis Persicis proferam? Nam cum dormienti ei sol ad pedes visus esset, ter eum scribit frusta adpetivisse manibus, cum se convolvens sol elaberetur et abiret; ei magos dixisse, quod genus sapientium et doctorum habebatur in Persis, ex triplici adpetitione solis triginta annos Cyrum regnaturum esse portendi. Quod ita contigit; nam ad septuagesimum pervenit, cum quadraginta natus annos regnare coepisset.
Pontico eraclide, uomo colto, ascoltatore discepolo di platone, scrive che sembrò che la madre di Falaride vedesse in sogno i sepolcreti degli dei che lei stessa aveva consacrato a casa, tra gli dei sembrava che mercurio versasse sangue da una tazza che teneva con la mano detra; ed esso avendo raggiunto la terra sembrava che ribollisse cosicchè tutta la casa era piena di sangue. Quello confermò del sogno della madre la immane crudeltà del figlio. Che cosaio devo citare da dinone persico, quelle cose che quei magi spiegarono al famoso principe ciro?infatti essendogli sembrato a lui che dormiva che il sole fosse ai piedi scive che è per 3 volte cercò di prenderlo con le mani invano, essendo il sole girato su se stesso sfuggito e andando via; sembra che i magi che è considerata in persia una stirpe di sapienti e di dotti, abbiano detto che dalla trilice ricerca del sole si presagiva che Ciro avrebbe regnato 30 anni. E la cosa capitò così. Ciò infatti arrivò all'età di 70 anni, avendo iniziato a regnare all'età i 40 anni.
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QUAMVIS ENIM THEMISTOCLES IURE laudetur et sit eius nomen quam Solonis illustrius citeturque Salamis clarissimae testis victoriae, quae anteponatur consilio Solonis ei, quo primum constituit Areopagitas, non minus praeclarum hoc quam illud iudicandum est. Illud enim semel profuit, hoc semper proderit civitati; hoc consilio leges Atheniensium, hoc maiorum instituta servantur. Et Themistocles quidem nihil dixerit, in quo ipse Areopagum adiuverit, at ille vere se adiutum Themistoclem; est enim bellum gestum consilio senatus eius, qui a Solone erat constitutus. Licet eadem de Pausania Lysandroque dicere, quorum rebus gestis quamquam imperium Lacedaemoniis partum putatur, tamen ne minima quidem ex parte Lycurgi legibus et disciplinae conferendi sunt; quin etiam ob has ipsas causas et parentiores HABUERUNT EXERCITUS ET FORTIORES
Si lodi pure a buon diritto Temistocle; sia pure il suo nome più illustre di quello di Solone, e si chiami Salamina a testimonianza d'una famosissima vittoria, per anteporla al provvedimento col quale Solone per la prima volta istituì l'Areopago; ma questo provvedimento è da giudicarsi non meno luminoso di quella vittoria: questa non giovò che una sola volta, quello invece gioverà in ogni tempo allo Stato. E' questo consesso che custodisce le leggi d'Atene; è questo che preserva le istituzioni degli avi. E mentre Temistocle non potrebbe vantarsi d'aver giovato in nulla all'Areopago, Solone avrebbe invece ogni ragion di dire che egli giovò a Temistocle, in quanto la guerra fu condotta per consiglio di quel senato che Solone aveva istituito. Lo stesso può dirsi di Pausania e di Lisandro, le cui imprese, pur avendo ampliato, come si crede, l'impero agli Spartani, tuttavia non si possono neppure lontanamente paragonare con le leggi e gli ordinamenti di Licurgo; anzi, proprio in virtù di questi, essi ebbero eserciti più disciplinati e più agguerriti
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Omnia sunt misera in bellis civilibus, quae maiores nostri ne semel quidem, nostra aetas saepe iam sensit, sed miserius nihil quam ipsa victoria; quae, etiam si ad meliores venit, tamen eos ipsos ferociores impotentioresque reddit, ut etiam si natura tales non sint, necessitate esse cogantur; multa enim victori eorum arbitrio, per quos vicit, etiam invito facienda sunt. an tu non videbas mecum simul, quam illa crudelis esset futura victoria? igitur tunc quoque careres patria, ne quae nolles videres? 'non, ' inquies; 'ego enim ipse tenerem opes et dignitatem meam. at erat tuae virtutis in minimis tuas res ponere, de re publica vehementius laborare. deinde qui finis istius consili est? nam adhuc et factum tuum probatur, et ut in tali re etiam fortuna laudatur, factum, quod et initium belli necessario secutus sis et extrema sapienter persequi nolueris, fortuna, quod honesto otio tenueris et statum et famam dignitatis tuae. nunc vero nec locus tibi ullus dulcior esse debet patria, nec eam diligere minus debes, quod deformior est, sed misereri potius nec eam multis claris viris orbatam privare etiam aspectu tuo. Denique, si fuit magni animi non esse supplicem victori, vide ne superbi sit aspernari eiusdem liberalitatem et, si sapientis est carere patria, duri non desiderare
Le guerre civili sono colme solo di sventure , guerre che i nostri antenati non hanno vissuto neanche una volta , (ma) che il nostro tempo vive, oramai, con una certa frequenza : ma non c'è nulla di più disgraziato della stessa vittoria: la quale (vittoria), anche se arride agli uomini più giusti, pur li rende piuttosto feroci e prepotenti, tal che, seppur non siano tali per natura, vi sono costretti dalla necessità (politica): colui che vince, infatti, si trova costretto a prendere, malvolentieri , molte decisioni , secondo l'istigazione di coloro che gli hanno propiziato la vittoria . In questo momento nessun altro luogo dev'esserti più caro della patria, né devi amarla di meno (la tua patria), solo perché è più stravolta, ma (devi) piuttosto commiserarla, non privandola - essa già priva di molti uomini giusti - anche della tua presenza. Infine, se è stato nobile (genitivo di pertinenza = proprio di un animo nobile) non essere prono al vincitore, bada che non sia una superbia (superbi animi, contrapposto a magni animi) disdegnare la sua generosità (liberalitatis, non libertatis!), e che, se è caratteristica di un saggio restare lontano dalla patria, non sia da insensibile non rimpiangerla,