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Il comandante vincitore, a Roma, veniva celebrato in maniera solenne, su ordine del Senato. Il comandante piazzava l'accampamento nel campo Marzio, poiché aspettava la decisione del Senato. Quando il Senato stabiliva il trionfo per un comandante, il comandante indossava una toga ricamata ed una tunica con decorazioni a forma di palma, reggeva uno scettro d'avorio con la mano, ed una corona d'alloro decorava la (sua) testa. Quindi, attraverso la via Sacra, egli veniva trasportato fino al Campidoglio per mezzo del carro trionfale. Durante il trionfo, venivano fatti marciare i comandanti dei nemici e l'esercito prigioniero, e venivano esibiti davanti a tutti anche il bottino e i trofei. I soldati Romani avanzavano dietro al carro con plauso e clamore, e gridavano ad alta voce "Evviva, trionfo!". In ultimo, il comandante compiva un sacrificio nel tempio di Giove.
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L'Ateniese Ificrate fu celebrato non soltanto per la grandezza delle imprese compiute, ma anche per la disciplina militare. Combatté senza dubbio molte guerre, e vinse sempre grazie alla tattica. Nell'arte militare realizzò molte innovazioni. E infatti cambiò le armi della fanteria. Dato che, al posto dello scudo, egli sostituì la "pelta" – e per quella ragione, in seguito, i fanti vengono chiamati "peltasti" – i soldati divennero rapidi ai fini dei movimenti e degli attacchi; raddoppiò la misura della lancia. Combatté la guerra con i Traci; ripristinò Seute, alleato degli Ateniesi, sul trono. Grazie ad un grande esercito massacrò la mora degli Spartani; ciò venne celebrato in maniera particolare in tutta Grecia. Fu inoltre di grande coraggio e di grossa corporatura, e di aspetto autoritario, e con la sua vista egli incuteva ammirazione di sé. Fu, poi, un cittadino retto e di grande lealtà. Infatti Euridice, la madre di Perdicca e di Filippo, si rifugiò presso Ificrate insieme ai suoi due fanciulli e venne difesa dai mezzi di lui.
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Caio Giulio Igino, un liberto di Augusto, Ispanico, era discepolo di Cornelio Alessandro, un grammatico Greco, e lo imitava con accuratezza. Sostava nella biblioteca Palatina ed insegnava a molti fanciulli e a fanciulle diligenti. Era amico del poeta Ovidio e dello storico Clodio Licino. Era celebre ed erudito, ma viveva nella povertà. Giulio Modesto era un liberto di Igino. Modesto era esperto di letteratura e di lingua.
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Alessandro, insieme al proprio esercito, arrivò nella regione del satrapo Ossiarte: quello mise sé e i suoi sotto la protezione di Alessandro, e preparò ai vincitori un sontuoso banchetto. Durante quel banchetto, vennero fatte entrare molte giovani donne aristocratiche; c'era tra loro la figlia di Ossiarte, dalla straordinaria bellezza del corpo, e di grande eleganza d'atteggiamento. Ella aveva nome Rossane. Ella procedeva verso il banchetto tra giovani scelte, attirava verso di sé gli occhi di tutti gli invitati, ed anche del re Alessandro. Egli, dato che arse immediatamente di intenso amore per la giovane, disse ai propri soldati: Dunque verranno celebrati matrimoni tra noi, vincitori Macedoni, e i Persiani. Sposeremo le loro giovani donne, e vivremo in alleanza con gli sconfitti.
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Le tuniche lunghe oltre le braccia e fino alle mani, e fin quasi alle dita, furono una cosa sconveniente per gli uomini, a Roma e in tutto il Lazio. I nostri, con un termine Greco, denominarono quelle tuniche "chirodite", e reputarono adeguato alle sole donne un abito ampio in lungo e in largo, perché con simili indumenti (- una donna, soggetto sottinteso) doveva proteggere braccia e gambe contro gli sguardi. Gli uomini Romani, al contrario, in origine indossavano le toghe sicuramente senza le tuniche; successivamente, portavano tuniche corte e succinte, che terminavano al di sopra della spalla. Publio Africano, il figlio di Paolo, un uomo dotato di tutte le buone qualità e di ogni virtù, biasimò Publio Sulpicio Gallo, un uomo effeminato, perché vestiva tuniche lunghe fino a tutte le mani. Anche Virgilio condanna come indecenti simili tuniche, per così dire muliebri: Come le tuniche hanno le maniche, così le mitre hanno i nastrini.