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Omnes gentes deos colunt; idque evenit non aliquo casu, sed quod dii cotidie vim suam ostendunt. Nihil enim est tam manifestum, tam persicuum, si aliquando in caelum suspeximus caelestiaque sidera spectavimus, quam esse aliquod numen praestantissimae mentis, qui omnia regit. Si quis de hac re dubitat, haud sane intellego cur non dubitet de ipso sole eiusque lumine. Omnes gentes enim deos esse putant et stabilis haec opinio permanet atque diuturnitate temporis confirmatur atque una cum saeculis aetatibusque inveterascit. Videmus autem ceteras opiniones fictas atque vanas diuturnitate exstabuisse. Quis enim Hippocentaurum aut Chimaeram fuisse putat? Quis tam stultus est qui vera credat illa portenta, quae a poetis narrantur? Tempus opiniones falsas delet atque iudicia vera confirmat
Tutti le genti onorano gli dei; e questa cosa succede non a caso, ma perché gli dei ogni dì mostrano la loro forza. Niente è così palese, così evidente, se talvolta abbiamo guardato al cielo e abbiamo contemplato gli astri, che c'è qualche nume di elevatissima mente, che regge ogni cosa. Se qualcuno dubita di questa cosa, non ha certametne compreso perché non dubiti dello stesso sole e della sua luce. Tutti i popoli credono infatti che gli de esistanoi e questa opinione resta stabile ed è confermata dalla lunghezza del tempo e da sola invecchia con i secoli e le età. Vediamo tuttavia che sono esistite a lungo altre opinioni fitte e vane. Chi infatti crede che ci sia stato l'Ippocentauro e la Chimera? Chi è così stolto da credere veri quei portenti, che dai poeti sono narrati? Il tempo cancella le false opinioni e conferma le vere tesi.
L'uomo utilizza bene il suo tempo anche quando non è coinvolto negli impegni sociali (Versione latin
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si quem interroges 'Hodie quid egisti?', respondeat: 'Officio togae virilis interfui, sponsalia aut nuptias frequentavi, ille me ad signandum testamentum, ille in advocationem, ille in consilium rogavit. ' Haec quo die feceris, necessaria, eadem, si cotidie fecisse te reputes, inania videntur, multo magis cum secesseris. Tunc enim subit recordatio: 'Quot dies quam frigidis rebus absumpsi!' Quod evenit mihi, postquam in Laurentino meo sum. Nihil audio quod audisse, nihil dico quod dixisse paeniteat; nemo apud me quemquam sinistris sermonibus carpit, neminem ipse reprehendo, nisi tamen me cum parum commode scribo; nulla spe nullo timore sollicitor, nullis rumoribus inquietor: mecum tantum et cum libellis loquor. O rectam sinceramque vitam! O dulce otium honestumque ac paene omni negotio pulchrius! Proinde tu quoque strepitum istum inanemque discursum et multum ineptos labores, ut primum fuerit occasio, relinque teque studiis vel otio trade. .
Se tu chiedessi infatti a qualcuno: "Che hai fatto oggi?", risponderebbe: "Ho preso parte ad una investitura di toga virile; ho assistito a dei fidanzamenti o a delle nozze; quello mi ha pregato di firmare un testamento, quello (invece) di assisterlo in tribunale, quello di presiedere a un consiglio". Queste cose (sembrano) necessarie il giorno in cui le hai fatte; ma le stesse, se pensi che le hai fatte ogni giorno, appaiono inutili, e in maggior modo una volta che ti sei ritirato a vita privata. Infatti, è in simili circostanze che s'insinua [ una constatazione: "Quanti giorni ho perduto, e in quali inutili attività!". La qual cosa mi accade da quando, nella mia villa di Laurento, leggo o scrivo qualcosa o anche rivolgo le mie cure al corpo dalle cui forze è sostenuto l'animo. Non odo nulla che mi penta di aver udito, nulla dico che mi penta di aver detto; nessuno, presso di me, critica qualcuno con cattivi discorsi, e io stesso non critico alcuno, se non me stesso, quando scrivo in modo un pò brutto; non sono tormentato da speranza, alcuna o da alcun timore, non son disturbato da alcuno fastidio; discuto soltanto con me stesso e con i libri. O vita sana e genuina, o dolce ozio, onesto e quasi più bello di qualsiasi
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M. Tullius Cicero salutem dicit P. Servilio collegae. C. Curtius Mithres est ille quidem, ut scis, libertus Postumi familiarissimi mei, sed me colit et observat aeque atque illum ipsum patronum suum. Apud eum ego sic Ephesi fui, quotienscumque fui, tamquam domi meae; multaque acciderunt in quibus et benevolentiam eius erga me et fidem experirer. Itaque si quid aut mihi aut meorum cuipiam in Asia opus est, ad hunc scrivere consuevi et huius opera et fide uti. Peto igitur a te, ut huic commodes, in ea controversia quam habet de fundo cum quodam Colophonio, et in ceteris rebus. Si et mea commendatione et sua probitate assecutus erit ut de se bene existimes, omnia se ademptum esse arbitrabitur. Ut igitur eum recipias in fidem habeasque in numero tuorum, te vehementer etiam atque etiam rogo. Ego quae te velle quaeque ad te pertinere arbitrabor omnia studiose diligenterque curabo.
Marco Tullio Cicerone saluta il collega Publio Servilio. C. Curzio Mitra è indubbiamente, come sai, quel liberto di Postumio, mio intimo amico, ma mi tratta e mi rispetta così come il suo stesso patrono. Io così fui presso quel di Efeso, ogni volta che andavo, (ero) come a casa mia; molte cose accaddero a quelli e ho sperimentato la sua benevolenza e la sua fiducia verso di me. Quindi, se mai qualcosa occorresse in Asia a me, o a qualcuno dei miei (cari amici), fui solito scrivere a lui per disporre sia del suo aiuto, sia della (sua) fiducia. Dunque, ti chiedo di favorire quello in questa controversia che ha con uno di Colofone sulla (proprietà) di un terreno e in tutte le altre cose. Se avrà ottenuto sia per la mia raccomandazione, sia per la sua onestà che tu fornirai un giudizio favorevole su di sé, crederà che egli stesso ha ottenuto ogni cosa. Ti prego vivamente con ogni insistenza che lo accolga nella (tua) protezione e che lo annoveri tra i tuoi. Io curerò con zelo ed attenzione tutto ciò che tirerrò che tu desideri e che ti riguardi.
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Vellem di immortales fecissent, patres conscripti, ut vivo potius Ser. Sulpicio gratias ageremus quam ho-nores mortuo quaereremus. Nec vero dubito quin, si ille vir legationem renuntiare potuisset, reditus eius et vobis gratus fuerit et rei publicae salutaris futurus, non quo L. Philippo et L. Pisoni aut studium aut cura defuerit in tanto officio tantoque munere, sed cum Ser. Sulpicius aetate illis anteiret, sapientia omnibus, subito ereptus e causa totam legationem orbam et debilitatam reliquit. Quod si cuiquam iustus honos habitus est in morte legato, in nullo iustior quam in Ser. Sulpicio reperietur. Ceteri qui in legatione mortem obierunt ad incertum vitae periculum sine ullo mortis metu pro-fecti sunt: Ser. Sulpicius cum aliqua perveniendi ad M. Antonium spe profectus est, nulla revertendi. Qui cum ita adfectus esset ut, si ad gravem valetudinem la-bor accessisset, sibi ipse diffiderei, non recusavit quo minus vel extremo spiritu, si quam opem rei publicae. ferre posset, experiretur.
Vorrei, o senatori, che gli dei immortali ci avessero concesso di render grazie a Servio Sulpicio vivo piuttosto che dover ricercare quali onori dobbiamo rendergli, dopo la sua morte. Certo, se quell'illustre uomo avesse potuto far lui il resoconto della sua missione, non dubito che il suo ritorno oltre che gradito a voi, sarebbe stato giovevole allo Stato; non già che a Lucio Filippo e a Lucio Pisone siano mancati zelo e diligenza nel compiere il loro dovere in una cosi alta missione; ma siccome Servio Sulpicio era ad essi superiore di età e a tutti per saggezza, strappato che fu, improvvisamente, al suo compito, lasciò tutta la legazione come orfana e senza sostegno. Se mai giusto omaggio fu reso a persona morta nell'esercizio delle funzioni di ambasciatore, si deve convenire che a nessuno è più giusto renderlo che a Servio Sulpicio. Anche altri incontrarono la morte durante un'ambasceria, ma erano partiti senza alcun altro timore di morte che l'incertezza e il pericolo che sempre sovrastano alla vita dell'uomo; Servio Sulpicio invece, se partendo aveva la speranza di poter arrivare fino a Marco Antonio, nessuna ne aveva di far ritorno. Sebbene conscio che con le sue precarie condizioni di salute ogni maggiore fatica poteva essergli di grave pregiudizio, egli non ebbe esitazioni e cercò, fino all'ultimo respiro, di portare un qualche aiuto allo Stato
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Prestigio delle attività artistiche e intellettuali
versione latino Cicerone dal libro
insulae morfosintassi B e libro Domus 2 pagina 108 versione 35
Plus adtulit certe huic populo dignitatis, qui non illustravit modo sed etiam genuit in hac urbe dicendi copiam, quam qui Ligurum castella expugnaverunt: ex quibus multi sunt, ut scitis, triumphi. At plus interfuit rei publicae castellum capi Ligurum quam bene defendi causam. Credo: sed Atheniensium quoque plus interfuit firma tecta in domicilus habere quam Minervae signum ex ebore pulcherrimum; tamen ego me Phidiam esse mallem quam vel optimum fabrum tignarium. Qua re non quantum quisque prosit, sed quanti quisque sit ponderandum est: praesertim cum pauci pingere egregie possint aut fingere, operarii autem aut baiuli deesse non possint.
Senza dubbio alcuno quello che non solo rese nobile ma anche che fece nascere in questa città l'arte del parlare, portò a questo popolo più prestigio di quelli che espugnarono i castelli dei Liguri: sui quali sono molt (infatti)i, come sapete, i trionfi. Ma alla Repubblica interessò di più che fosse preso un castello dei Liguri, piuttosto che non che venisse difesa efficacemente una causa. (Ci) credo: ma anche agli Ateniesi interessò di più avere tetti solidi nelle case, piuttosto che una bellissima statua di Minerva in avorio; tuttavia io preferirei essere Fidia piuttosto che il migliore possibile dei fabbri. Perciò si deve considerare non quanto ciascuno sia utile, ma quanto ciascuno valga: tanto più che pochi possono dipingere egregiamente o scolpire, ma non possono mancare operai o facchini.