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"Elegans" homo non dicebatur cum laude, set id fere uerbum ad aetatem M- Catonis uitii non laudis fuit. II. Est namque hoc animaduertere cum in quibusdam aliis tum in libro Catonis, qui inscriptus est carmen de moribus. Ex quo libro uerba haec sunt: "Auaritiam omnia uitia habere putabant: sumptuosus, cupidus, elegans, uitiosus, inritus qui habebatur, is laudabatur"; III. ex quibus uerbis apparet "elegantem" dictum antiquitus non ab ingenii elegantia, sed qui nimis lecto amoenoque cultu uictuque esset. IV. Postea "elegans" reprehendi quidem desiit, sed laude nulla dignabatur, nisi cuius elegantia erat moderatissima. Sic M. Tullius L. Crasso et Q. Scaeuolae non meram elegantiam, sed multa parsimonia mixtam laudi dedit: "Crassus" inquit "erat parcissimus elegantium, Scaeuola parcorum elegantissimus". V. Praeterea ex eodem libro Catonis haec etiam sparsim et intercise commeminimus: "Vestiri" inquit "in foro honeste mos erat, domi quod satis erat. Equos carius quam coquos emebant. Poeticae artis honos non erat. Si quis in ea re studebat aut sese ad conuiuia adplicabat, "crassator" vocabatur.
Elegante" non si diceva di un uomo per lodarlo, ma fin quasi ai tempi di Catone quel vocabolo aveva significato di riprovazione, non già di complimento. E possiamo notare ciò, così come in molti altri scrittori, nel libro di Catone che si intitola Sentenze sui costumi1 Le testuali parole sono: "Riteniamo che avidità comprendesse tutti i vizi; il lusso, la cupidigia, Velegantia, la lussuria, la vanità, venivano tenute in pregio" dalla quale frase appare che elegans era detto nei tempi antichi chi aveva non un carattere raffinato, ma una eccessiva singolarità e stravaganza nel vestire e nel mangiare. Successivamente il termine "elegante" cessò di aver significato di riprovazione, ma non acquistò valore di elogio, a meno che la elegantia fosse assai moderata. Così Marco Tullio diede lode a Lucio Grasso e a Quinto Scevola non per la sola elegantia, ma anche perché era accompagnata da grande frugalità. Dice: "Crasso era il più semplice fra gli eleganti, Scevola il più elegante fra i semplici". Ho poi notato qua e là nello stesso libro di Catone: "era costume" dice "di andar vestiti nel Foro onestamente, a casa propria quanto bastava. Spendevano più per i cavalli che per i cuochi. L'arte poetica non era apprezzata. Se qualcuno vi si dedicava o frequentava i banchetti, era chiamato "parassita"
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ASSEDIO Versione di latino di AULO IRZIO
LIBRO Agite versione numero 197 pagina 210
Testo latino Inizio: Quo malo perterriti oppidani cupas sebo pice, ... Fine: virtus esset eius telis hostium flammaeque se offerebat
Spaventati da questa disgrazia, gli abitanti riempiono le botti di sego, di pece e di assicelle; li fanno rotolare nelle macchine da guerra mentre bruciano e, nello stesso tempo, combattono aspramente, per distogliere i romani dallo spegnere l'incendio con il pericolo della battaglia. Velocemente molto fuoco si eleva nelle stesse macchine. Infatti davano fuoco a ciò che li faceva indugiare, (qualunque cosa fosse stata fatta rotolare a precipizio), trattenuta dalle vinee e dal terrapieno. Al contrario i nostri soldati, sebbene fossero incalzati ad un tipo pericoloso di battaglia e su un terreno accidentato, tuttavia sostenevano tutto con animo molto saldo. Infatti la battaglia si svolgeva sia in un luogo elevato sia sotto gli occhi del nostro esercito e si elevavano alte grida da entrambe le parti. Così, per quanto un uomo potesse essere di valore, affinché la sua virtù fosse più famosa e più provata, si esponeva ai dardi dei nemici e alle fiamme.
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INIZIO: huic Titus filius successit qui et ipse vespasianus est dictur, vir ominium virtutum genere... Fine: Tantus luctus eo mortuo publicus fuit ut omnes tamquam in propria doluerit orbitate.

A questo succedette il figlio Tito, che è detto anche egli stesso Vespasiano, uomo straordinario per il genere di ogni virtù, a tal punto che viene detto amore e delizia del genere umano, molto eloquente, bellicoso e moderato. Trattò le cause in latino, compose poesie e tragedie in greco. Mentre militava sotto suo padre durante l'assedio di Gerusalemme, trafisse 12 combattenti con i colpi di 12 saette. Durante il suo impero a Roma fu di tanta mitezza che non punì assolutamente nessuno, lasciò liberi i colpevoli della congiura contro di lui, anzi li considerò nella sua stessa famiglia come prima. Fu di tanta affabilità e liberalità che, poiché non negò niente a nessuno e fu criticato dagli amici, rispose che nessuno doveva allontanarsi triste dall'imperatore; inoltre, poiché un giorno durante la cena si ricordò che quel giorno non aveva dato nulla a nessuno, disse: "o amici, oggi ho perso un giorno". Questo costruì a roma un anfiteatro e nella sua inaugurazione uccise 5000 bestie. Per questi motivi, amato di un insolito amore, morì di malattia nella stessa villa del padre dopo due anni, 8 mesi e 20 giorni che era stato eletto imperatore, all'età di 42 anni. Morto questo, ci fu un lutto pubblico tanto grande che tutti si dolevano come se fosse una propria mancanza.
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Attilius Regolus primi punici belli qua gloria, qua clades maxima cun in Africa insolentissimae Karthaginis...Tanti erario nostro virtutis Atiliane exeplum quo ominis aetas romana gloriabitur stetit

Attilio Regolo, tanto gloria della prima guerra punica, quanto grandissima rovina, mentre in Africa fiaccava con frequenti vittorie le risorse dell'insolentissima Cartagine e poiché aveva saputo che gli era stato prorogato il comando per l'anno successivo a causa delle imprese ben riuscite, scrisse ai consoli che nel campo un fattore, che aveva in Pupinia 7 iugeri era morto, trovata l'occasione, un bracciante se ne era poi andato con gli attrezzi agricoli, perciò chiedeva che gli fosse mandato un successore, per non lasciare deserto il campo da cui traevano sostentamento la moglie e i suoi figli. E dopo che il senato venne a sapere ciò dai consoli, comandò che il campo di Attilio venisse dato in affitto per essere coltivato e che gli alimenti venissero dati ai suoi parenti ed ai suoi figli e che fosse ricomprato pubblicamente ciò che aveva perso. L'esempio per il quale tutta l'età romana si vanterà, della virtù di Attilio costò tanto al nostro erario.
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Gloriam tamen militarem civilitate et moderatione superavit Romae et per provincias... Ob haec per orbem terrarum deo proximus nihil non venerationis meruit et vivus et mortus

Tuttavia Traiano superò la gloria militare per affabilità e moderazione, presentandosi equo con tutti a Roma e nelle province : frequentandole per salutare gli amici o gli ammalati o chi, dopo aver celebrato i giorni di festa, dava a sua volta banchetti con gli stessi senza distinzione di grado, sedendosi spesso nei loro carri, non oltraggiando nessun senatore, non facendo nulla di ingiusto per arricchire il tesoro imperiale; liberale con tutti, arricchendo tutti sia in pubblico che in privato e dando onori anche a quelli che aveva conosciuto in poco familiare; costruendo molti edifici in giro per il mondo, dando immunità alle città; non facendo nulla di non tranquillo e mite, a tal punto che in tutto il suo governo fu condannato un solo senatore e questo tuttavia per mezzo del senato, mentre Traiano lo ignorava. Per questi motivi in tutto il mondo fu considerato simile ad un dio, non meritò niente che non fosse rispetto sia da vivo che da morto.